April 13, 2022

Design e sostenibilità dei prodotti secondo Sophie Thomas

I rifiuti sono un difetto di progettazione. Questo è il mantra secondo cui vive e lavora l’attivista e designer Sophie Thomas, il cui lavoro sulla ridefinizione del design di prodotti che siano soprattutto ecosostenibili l’ha resa una delle maggiori esperte nel suo campo. Abbiamo incontrato Sophie per discutere di come ripensare il nostro approccio al design possa aiutare a creare un mondo più attento all’ambiente.

Portrait of designer and campaigner Sophie Thomas

“Credere in qualcosa ed essere abbastanza esplicita al riguardo”

Dopo essersi laureata presso la Central St Martins e il Royal College of Art, Sophie è diventata la paladina del design sostenibile dopo aver fondato lo studio di comunicazione e design Thomas.Matthews con la collega e designer Kristine Matthews nel 1997. Ora è anche una responsabile qualificata nello smaltimento dei rifiuti, direttrice dell’economia circolare presso Useful Projects, membro del collettivo URGE e fiduciaria WRAP. E quando non è in impegnata in questo tipo di attività, Sophie collabora a progetti artistici e attivisti o raccoglie rifiuti.

L’aspirante garbologa (ovvero chi studia i rifiuti) ha dimostrato un interesse per l’attivismo fin dalla tenera età. “La mia chiamata alla sostenibilità è arrivata molto prima di quella per il design. Sono cresciuta in una famiglia piuttosto attenta alla politica e certamente attivista. [Mi hanno insegnato a] credere in qualcosa e ad essere abbastanza esplicita al riguardo”.

La sua educazione politica l’ha portata all’attivismo, ma è la sua creatività che ha aperto la strada alla sua futura carriera. “Direi che [design e sostenibilità] sono in qualche modo intrecciati insieme, il che li rende molto difficili da districare. Volevo essere un’attivista: fermare barche, petroliere e diventare parte dell’equipaggio di Greenpeace. E poi ho capito che il mio “superpotere” – per mancanza di un termine più adeguato – era in realtà la creatività”.

Sophie ha reso tutto questo realtà per la prima volta attraverso la comunicazione visiva. “Sono sempre stata molto affascinata dall’attivismo grafico e dal creare una voce per le cose che non hanno voce o per i cittadini che non ne riescono a parlarne. Usare il potere della voce, ma in modo grafico, mi ha portato al design”.

Dare voce ai rifiuti

Sophie ha iniziato a studiare grafica e design della comunicazione in alcune delle più prestigiose università del Regno Unito, dove ha incontrato la futura co-fondatrice Kristine Matthews. Insieme, mettono le loro competenze al servizio della sostenibilità con progetti potenti. Il primo, “Chi la fa, l’aspetti”, affonda le sue radici nel Royal College of Art. “Abbiamo raccolto i rifiuti prodotti nella mensa in una settimana e li abbiamo appesi nel corridoio, mostrando visivamente alle persone quanto valeva una settimana di rifiuti. L’alluminio all’epoca non veniva riciclato, e nemmeno il vetro. Abbiamo passato molto tempo a esaminare i rifiuti e ad analizzare tutti i dati e a esaminare tutti i registri del catering.

Poster for the What goes around comes around project by Sophie Thomas and Kristine Matthews at RCA

“Quindi, abbiamo creato una tazza che costava due sterline e ti dava uno sconto di tre pence sul tuo caffè ogni volta che la usavi, ovvero il prezzo di un bicchiere di polistirolo usa e getta. Con quei soldi, abbiamo comprato i bidoni adatti e poi abbiamo parlato con la società di gestione dei rifiuti per organizzare la raccolta dei rifiuti riciclabili. Non si tratta solo di una campagna di sensibilizzazione e del fare qualcosa che è in realtà molto superficiale. In realtà bisogna scavare in profondità e questo vale ancora per tutto il lavoro che faccio. Si tratta principalmente di puntare i riflettori sul problema e attivarsi, oltre a impegnarsi nella ricerca e nell’analisi delle nostre abitudini quotidiane, che è anche la parte che preferisco, ovvero quella di progettazione e indagine”.

Il duo ha anche lavorato con ​​Friends of the Earth per creare “No shop” nel 1997. Per il lancio di “Buy Nothing day” nel Regno Unito, un giorno dedicato all’astensione dagli acquisti, hanno aperto un negozio che non vendeva nulla nella strada principale, incoraggiando le persone a disconnettersi dalla loro identità di consumatori e riflettere sulle proprie abitudini di acquisto.

No Shop project for Friends of the Earth and Buy nothing day by Sophie Thomas and Kristine Matthews

Più di vent’anni dopo, per Sophie Thomas arte e consapevolezza lavorano ancora di pari passo. Il suo progetto con la pluripremiata designer di articoli per la casa Ella Doran, Clean up Camo, trasforma i rifiuti raccolti dalle spiagge inquinate in splendidi motivi quasi astratti che ricoprono sciarpe, cuscini e altri accessori realizzati in modo sostenibile. Ella collabora anche con Common Seas per capire meglio come progettare in modo che i rifiuti non finiscano nell’oceano, principi che ha applicato alla collezione.

“Clean up Camo esprime il suo messaggio attraverso oggetti tangibili, incarnando perfettamente il concetto di attivismo con materiali sostenibili. Abbiamo passato molto tempo a guardare la produzione e lavorando con diversi specialisti per creare un materiale in poliestere post-consumo su cui potevamo eseguire stampe senz’acqua, il che aiuta davvero perché i coloranti tessili sono una delle cause dell’inquinamento idrico”.

Il processo di sublimazione del colore ha creato altri rifiuti, ma molto più gestibili. “Una stampa a colori su carta viene applicata su diversi materiali per saldare l’inchiostro attraverso un processo termico che sfrutta il calore. Ciò che accade però è che ci si ritrova con degli scarti di carta che abbiamo però utilizzato per ricavarne l’imballaggio: una sorta di circolo chiuso che ci permette di non creare rifiuti”.

Era anche essenziale pensare ai prodotti una volta che non fossero stati più utilizzabili. “Quando vuoi gettare via un nostro prodotto dopo 10-15 anni, noi possiamo riprenderlo e recuperarlo completamente perché è stato realizzato utilizzando un unico materiale. Abbiamo davvero pensato a tutto: ogni cerniera, ogni pezzo di filo è un derivato del poliestere o del PE, quindi possiamo utilizzare un unico sistema per il suo riciclo”.

L’economia circolare come base per un mondo sostenibile

I principi che Sophie Thomas segue nella sua pratica sono quelli che difendere ogni giorno. La pressione della produzione e dei costi spesso distoglie i designer dalle preoccupazioni relative alla sostenibilità e alla ‘vita dopo l’utilizzo’ dei prodotti, che li porta spesso a mescolare materiali e metodi, creando nuovi oggetti che non possono essere riciclati correttamente. Un grattacapo per i consumatori, che, nonostante i loro migliori sforzi, spesso finiscono per buttare i loro prodotti nel cestino sbagliato.

“Come designer, seguiamo i brief, che tendono a fornire la migliore risposta alle richieste dei consumatori al prezzo più basso. Quindi non stiamo davvero progettando per il riutilizzo, la riparazione o il recupero dei materiali che, stranamente, sono pratiche più costose della produzione stessa, e certo questo non ha molto senso. Questo perché nell’economia lineare non vediamo così tanti costi che sono semplicemente nascosti o non identificati nel prezzo finale, e la sfida vera sta proprio nel cambiare questo processo”.

Il concetto alla base dell’economia circolare è invece dare una seconda vita agli oggetti. Come possono i designer implementare questo principio nel processo di produzione? “È una delle migliori sfide nel mondo del design perché nulla è dato per scontato. Cosa succede se non usi quel materiale specifico? Sento spesso i designer dire “beh, sto solo rispondendo al brief, non posso farci molto”, ma non credo che questa sia tutta la verità. È il designer che sceglie i materiali, che sceglie i colori, e che dunque può effettivamente influenzare molti aspetti della produzione. Lo trovo inoltre un modo per educare sé stessi, e se non serve a persuadere i tuoi clienti, può essere utile per trovarne altri che possano essere interessati.

“È una sfida così interessante per un designer perché ti obbliga ad andare oltre i tuoi limiti. Ti rende un po’ più agile come designer perché pensi più in grande e pensi più attentamente a tutti i diversi passaggi o processi in modo da non adagiarti sulle solite soluzioni. Pensi alla funzione di ciò che stai creando. Pensi ai dettagli dell’assemblaggio. Pensi alla sua longevità. E questo ti fa pensare meglio, più consapevole di come il tuo prodotto vive nel mondo. È questo il modo per non sentirti solo un altro ingranaggio della macchina.

“La sostenibilità dovrebbe essere un principio fondamentale per i designer”

L’istruzione è fondamentale per passare a un processo di progettazione del prodotto più responsabile e, in generale, a un modello più sostenibile. “La sostenibilità viene solitamente insegnata come un modulo, ma dovrebbe essere un principio fondamentale per i designer, con l’economia circolare come applicazione. Non è nemmeno un corso di design, è letteralmente economia. Cosa fai se devi confrontarti con un modello di redditività basato sui costi unitari e sulle vendite di unità? Come si crea un modello opposto intorno al rifornimento, alla servitizzazione, al leasing? Come puoi renderlo più avvincente del prodotto unitario?

“Dicono che sia diciotto volte più redditizio mantenere un cliente attraverso il modello di servitizzazione piuttosto che ottenerne uno nuovo, perché è davvero molto più costoso ottenere sempre nuovi clienti. Il motivo è che è molto più veloce vendere qualcosa e ottenere subito un profitto piuttosto che costruire una nuova relazione a lungo termine con i clienti. È solo un modo diverso di pensare”.

Oggi e domani

Quando si tratta del futuro, Sophie Thomas rimane fiduciosa, ma sa che c’è ancora molto da fare. Da quando ha lavorato a The Great Recovery, un progetto in corso dal 2012 al 2016 che ha considerato le sfide degli sprechi e le opportunità di un’economia circolare attraverso la lente del design, le cose hanno iniziato a cambiare in meglio, anche se lentamente. “Il cambiamento è lì. Sta succedendo, puoi vederlo. Da un lato, c’è più roba nel mondo e le stesse aziende con cui lavoravamo dieci anni fa sono ancora alle prese con questo problema.

The Great Recovery logo by Sophie Thomas

“D’altra parte, ora abbiamo le nuove leggi sulla riparazione e gli indici di riparazione. Questo ci fa andare di pari passo con un sacco di problemi in giro, dal settore dell’elettronica al modo in cui vengono prodotti i vestiti… È molto importante quando sai che nel Regno Unito un capo d’abbigliamento viene indossato circa sette volte prima che venga gettato via. Ma dobbiamo essere positivi e fiduciosi al riguardo per capire come affrontare questa sfida. Penso che la cosa principale come designer sia non creare nuove cose inutili; cose che non sono rilevanti o importanti”.

Una delle idee sbagliate contro cui Sophie combatte nel suo lavoro è la convinzione che la sostenibilità si basi esclusivamente sulla produzione, quando in realtà la vita di un prodotto è cruciale per definirne l’impatto ambientale. “Si tratta effettivamente di forma e funzione. Se crei qualcosa con questo materiale sostenibile, ma dura poco o si rompe, è davvero il miglior materiale? Sono tutt’ora scettica verso i negozianti che ti danno un sacchetto di carta invece di quello di plastica. Voglio dire, non mi piacciono affatto i sacchetti di plastica, ma a volte prendi un sacchetto di carta, cammini per strada e un manico si strappa o magari inizia a piovere. E anche quello per me è un difetto di progettazione.

“Dal punto di vista dei metodi di produzione per quel sacchetto di carta, probabilmente scoprirai che viene consumata più energia per trasformare un albero in un sacchetto di carta che utilizzare petrolio per produrne uno di plastica se ne consideri l’utilizzo e la longevità. Quindi, in realtà, l’inquinamento prodotto da quel sacchetto di carta è significativamente più grande di quello prodotto dalla plastica. Le aziende promuovono dunque il messaggio del “plastic free”, quando in realtà il messaggio dovrebbe essere ‘porta la tua borsa’, non prendere affatto un sacchetto usa e getta”.

Per Sophie, cambiare la nostra percezione dei valori è la chiave per comprendere un’economia circolare. “I designer dovrebbero essere più olistici, dovrebbero capire davvero da dove viene quel materiale e quanto impatto ha avuto sull’ambiente la sua creazione. E dovrebbero anche capire che il loro design è un punto debole nella durata della vita del materiale. Quel materiale andrà avanti all’infinito e tu vuoi che continui all’infinito perché questo è il suo valore. Il valore non è nella tua creazione, il valore è nel materiale stesso.

“I rifiuti sono solo una risorsa non sfruttata nel posto sbagliato”

Sophie è affascinata dai materiali di scarto. “Il mio mantra è ‘i rifiuti sono un difetto di progettazione’ perché in fin dei conti i prodotti non vengono progettati tendendo in considerazione l’intero sistema. Ma dal momento che abbiamo molti rifiuti, come possiamo recuperarli e iniziare ad utilizzarli? Dobbiamo ridefinire cosa sono i rifiuti, che in fondo solo una risorsa non sfruttata nel posto sbagliato, dobbiamo trovarle un utilizzo. Ancora una volta, Clean up Camo utilizza materiali post-consumo, già passati attraverso il sistema [dei rifiuti] e totalmente riutilizzabili”.

“Come designer, devi immaginare che il brief includa tutte le vite del tuo prodotto e capire cosa succede dopo lo scopo iniziale previsto. Ad esempio, se acquisti qualcosa in un vaso, puoi riutilizzare quello stesso vaso per le tue piante, ma cosa succede dopo? L’importante è non mescolarlo ad altri materiali, ad esempio incollandoci qualcosa impossibile da smontare. Il prodotto deve restare in purezza. Lo stesso vale per i coloranti nella plastica, o i conservanti o ritardanti di fiamma che vanno a contaminare il materiale iniziale rendendolo difficile da riciclare correttamente.

“Alla fine, è un grande atto di equilibrio tra le due parti, ma è necessario capire come il design interagisca con tutti i materiali che lo compongono in modo che sia il meno impattante possibile per mantenerlo all’interno del sistema nel suo valore più alto. Quindi suppongo si tratti di comprendere il potenziale delle vite future di ciascun materiale”.

Una possibilità per fare di meglio

Per trovare materiali migliori e più ecologici, la sfida spesso consiste nel dividere cosa è davvero ecosostenibile da cosa non lo è. I materiali innovativi e auto-etichettati “ecologici” non sempre offrono i giusti risultati se si considera il loro impatto ambientale complessivo. Sophie insiste sull’importanza di esaminare attentamente le credenziali di questi materiali quando si pensa al design sostenibile del prodotto, perché osservare l’origine dei materiali è fondamentale, ma può essere più complesso di quanto sembri. “Anche per noi, che beneficiamo di un’ottima rete, molte di queste informazioni sono difficili da reperire. Ci sono queste enormi catene di approvvigionamento globali, spesso create in Paesi lontani, che non ti danno queste informazioni perché fanno parte della loro proprietà intellettuale”.

La ricerca non dovrebbe fermarsi qui, però. Bilanciare i materiali stessi con il loro impatto sul trasporto, l’uso dell’acqua e altri aspetti chiave del processo di produzione è essenziale per prendere una decisione informata. “Si tratta di comprendere e ottenere quanti più dati possibile. Ma l’unica cosa che ho davvero capito è che in realtà, come consumatori, dovremmo davvero chiedere più trasparenza dei dati sulla provenienza del materiale per capire meglio come è fatto e cosa contiene. Alcune delle conversazioni che ho sono “oh mio dio, non riesco a credere che quel particolare materiale contenga X”. La gente semplicemente non lo sa, non può vederlo.

“Dobbiamo sapere dove cercare le risposte e siamo ancora terribilmente a corto di informazioni sui materiali, che a volte sono costosi, non hanno informazioni sufficienti o non sono aggiornate. È un lavoro a tempo pieno!” La creazione di una lista completa di materiali è stata in realtà uno dei primi progetti di Thomas.Matthews e questa curiosità rappresenta al meglio tutto il lavoro dello studio.

“Dovremmo usare la nostra creatività per rendere il mondo un posto migliore”

Il design del prodotto e la sostenibilità sono profondamente intrecciati, ma si intersecano anche con altre questioni sociali. “Se si osservano le grandi aree industriali dell’America o dell’Inghilterra, spesso si trovano proprio accanto alle aree più svantaggiate. E questo perché la terra è così inquinata che di conseguenza è più economica. C’è una sorta di sfruttamento delle risorse e delle persone legate insieme in questo modello di produzione che è davvero deprimente pensare che aspettiamo un brief per progettare qualcosa di nuovo e brillante, quando in realtà dovremmo usare la nostra creatività per rendere il mondo un posto migliore. E francamente, ci sono molti designer ora che lo fanno, il che mi rende più ottimista. “

Ecover è uno dei marchi che Sophie Thomas cita come esempi migliori. “Sono sempre stati molto interessanti nel modo in cui si sono approcciati al problema fin dall’inizio, condividendo le loro formule per detersivo per piatti o detersivo per bucato. Hanno sempre utilizzato materiale riciclato per la confezione e ora stanno anche pensando di creare delle ricariche meno impattanti. Capiscono l’importanza di non creare un prodotto in rapido movimento in un FMCG, perché sanno bene che ciò che voglio non è comprare una bottiglia con del liquido dentro, voglio solo poter lavare i miei vestiti”.

 

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Suggerisce inoltre che l’aumento dei piccoli lotti e della produzione locale è un segno che le aziende stanno andando nella giusta direzione. Quando si tratta di aziende più grandi, apprezza vedere più introspezione e volontà di cambiare da parte delle organizzazioni.

Questo aspetto educativo del suo lavoro è una delle sue parti preferite. “Il mio lavoro prevede molta ricerca; è bello usare questa ricerca per aiutare qualcuno. Sono disposta a spargere la voce e sì, anche a salire sul mio piccolo palco e dire a tutti cosa fare”, dice ridendo.

Oltre il design dei prodotti

Lavorare con materiali e prodotti più sostenibili implica lavorare con le politiche e le infrastrutture disponibili. Sophie racconta la storia di un marchio di computer che ha lanciato un “eco-computer”. “In realtà, hanno semplicemente rivestito il monitor di bambù e, una volta gettato nei rifiuti, la macchina di smistamento presso l’impianto di raccolta dei rifiuti elettronici non è riuscita a individuare il bambù: pensava che fosse di plastica e ha finito per contaminare tonnellate di plastica già presente nell’impianto. Questo tipo di prodotto, dunque, ha finito per creare molti più rifiuti”.

Lo stesso problema si presenta con le bioplastiche. “È un tema di grande interesse, ma nel Regno Unito, per esempio, non abbiamo ancora un sistema per raccogliere tutto quel materiale che se dovesse finire all’interno del processo di riciclaggio, potrebbe contaminare altre materie plastiche. Il risultato è un materiale inutilizzabile che non può essere compostato perché le macchine non possono gestirlo”.

Plastic recycling batches by Nick Fewings

Per Sophie, dovremmo basare la progettazione del prodotto sulle infrastrutture esistenti. Anche qui insiste sull’importanza di guardare il quadro completo. “Con le infrastrutture di cui disponiamo ora, i nostri obiettivi di riciclaggio sono incredibilmente bassi. Per me, si tratta di ottimizzare, perché questo è il sistema in cui viviamo ora. E poi dovremmo pensare a quali infrastrutture abbiamo bisogno per gestire meglio le risorse. Spesso non è nello spazio del design, ma è qualcosa che possiamo chiedere alle autorità locali. È assolutamente una questione di bilanciamento delle politiche, ottimizzazione e progettazione insieme”.

Le autorità stanno migliorando nell’affrontare questi problemi. “C’è molto da fare in questo momento. Abbiamo le nuove normative sulla responsabilità estesa del produttore (EPR) e le leggi ambientali. Riguarderà il design del prodotto, la costruzione, i tessuti: ci saranno molte iniziative interessanti che verranno varate nei prossimi dieci anni circa. È una visione a lungo termine”.

“È importante esserne consapevoli perché in realtà, con l’EPR, che arriverà l’anno prossimo, ci si focalizzerà molto sul confezionamento, ad esempio, con i sistemi di restituzione di denaro quando una confezione viene restituita al termine dell’utilizzo di un certo prodotto. Ciò significa che il produttore paga, quindi, in realtà, se stai progettando un prodotto per un’azienda e non sei efficiente, o stai pensando ai tuoi materiali in modo tale che potrebbero potenzialmente finire nel cestino sbagliato o in un oceano, potresti danneggiare il tuo cliente a causa della scelta del tuo design”.

Puoi saperne di più su Thomas.Matthews qui e seguire Sophie Thomas su Twitter qui.

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